Come proteggere la bellezza dalla polvere e dai piranhas (con il permesso della censura)
La foto di quel giovane uomo del Vietnam con la faccia tesa, con il torso largo e nudo e le mani legate dietro la schiena e il cartellino come i pacchi postali, condotto con una corda alla fucilazione e accompagnato dal figlio bambino che piange a bocca aperta, la mano nella mano del padre, quella foto l’ho attaccata davanti al tavolo caso mai me ne dimenticassi, e non me ne dimentico, mi sento vecchio e molto stanco, un po’ mi vergogno, un po’ vorrei andarmene in un posto da solo a respirare, dove caso mai la gente sia meno sicura di sé, dove non faccia rumore camminare (per questo Ginsberg si mette le scarpe da tennis?), un po’ mi piacerebbe spogliarmi nudo, sdraiarmi per terra, coprirmi di un lenzuolo e dire adesso basta, adesso andate tutti a quel paese;
questo avrei voglia di fare e non di parlare della bellezza; finché quella foto resterà li davanti al tavolo sarà difficile ricordarsi della bellezza, non ci laveremo neanche i denti la mattina con un bastoncino come fanno gli indiani di Orissa, non ci cambieremo neanche la camicia, neanche il fazzoletto, lasceremo seccare la lozione della barba, non ci metteremo collane, andremo la sera con il vestito del giorno, non ci faremo certo i soliti tatuaggi, andremo col maglione a seppellire gli amici, non ci metteremo neanche immensi cappelli di garza rosa per il matrimonio, non andremo neanche dal barbiere, ci lasceremo crescere capelli lunghissimi e quanto alla casa, se volete sapere come sarà la casa, la casa sarà vuota senza niente, non avremo voglia di avere nessuna casa e fintanto che qualche ragazzo di diciotto anni dovrà fuggire ansando attraverso l’acqua pesante delle paludi, braccato dalla rabbia dei Grandi Governi”
// Ettore Sottsass, 1967 //
